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Moda etica: intervista a Quid, startup veronese

 

In questi giorni il progetto Quid è stato scelto tra i vincitori su oltre 100 progetti partecipanti da tutta Europa al 2017 Civil Society PrizeCreato nel 2006, il Civil Society Prize  riconosce e sostiene iniziative di singoli o di società che si sono distinte nella promozione dell'identità europea e nell'integrazione. 
Nel congratularci con tutto il team vogliamo ripubblicare l'intervista che abbiamo fatto ad Anna Fiscale all'inizio di quest'anno, quanti passi avanti da gennaio, bravissimi!

 Cos’è QUID?
QUID è una cooperativa sociale di tipo B, cioè una cooperativa che fa reinserimento lavorativo di persone svantaggiate. Nasce nel 2013 con la volontà di essere un’opportunità di lavoro per persone che escono da contesti di difficoltà, in particolare donne. Abbiamo anche qualche uomo, soprattutto richiedenti asilo, che si sono inseriti bene nel nostro contesto. Con loro creiamo dei prodotti di abbigliamento e accessori recuperando i tessuti di rimanenza, che le aziende altrimenti smaltirebbero, e dandogli nuova vita. Abbiamo chiuso il 2016 con 60 dipendenti e più di un milione di fatturato, la crescita è stata molto veloce, siamo riusciti infatti a trovare dei canali di vendita dei nostri prodotti, uno di questi sono i nostri negozi monomarca. Inoltre abbiamo collaborato con aziende del territorio come il gruppo Calzedonia, Naturasì, Altromercato, Diesel, che credono nel nostro progetto e ci hanno commissionato dei prodotti per i loro negozi che sono stati venduti doppiamente brandizzati. Le categorie di persone con cui lavoriamo sono persone con invalidità, ragazze madri, donne vittime di tratta della prostituzione, ex detenute, ex tossicodipendenti o alcolisti e poi richiedenti asilo, migranti che si trovano in Italia e hanno il permesso di soggiorno per motivi umanitari o hanno chiesto asilo politico.

Com’è nata l’idea?
L'idea è nata in modo semplice, da me e Ludovico, che oggi è il nostro amministratore delegato. Io ero e sono tutt'ora appassionata di emancipazione femminile, avevo viaggiato tanto in progetti di cooperazione tra India, Haiti e la commissione europea e tornata in Italia dopo la mia laurea mi è venuta questa idea di provare a fare qualcosa nel nostro territorio. Molte erano le aziende di abbigliamento e l’idea è stata quella di recuperare le rimanenze con l’obiettivo principale di creare lavoro per persone in uno stato di fragilità. Abbiamo quindi presentato l'idea al gruppo Calzedonia, al presidente e alla fondazione San Zeno che hanno creduto nel nostro progetto e ci hanno dato una piccola somma e i tessuti inutilizzati per partire. Da lì poi pian piano abbiamo aperto dei negozi prima temporanei e adesso stabili e abbiamo cercato nuove collaborazioni e partner. Abbiamo anche un laboratorio in carcere che coinvolge cinque ragazze nella sezione femminile del carcere di Montorio dove realizziamo dei lavori semplici in modo da formare le ragazze e creare un ponte tra interno e esterno, ci piacerebbe infatti che una volta scontata la pena le ragazze potessero diventare parte attiva del nostro laboratorio. Oggi all'interno di Quid lavorano già due ragazze ex detenute.

Quali sono state le difficoltà più grandi che avete dovuto affrontare?
Tantissime, tante dovute dall'inesperienza, a volte ci hanno penalizzato ma per fortuna sono sempre state controbilanciate dalla passione e dall'entusiasmo e dal fatto di essere giovani quindi instancabili. Un errore è stato sottovalutare il settore della moda: inizialmente pensavamo che realizzare un capo di abbigliamento non avendo esperienza nel settore fosse una cosa semplice, in verità creare un prodotto ben finito è un lavoro che chiede anni di esperienza e ancora le nostre ragazze si stanno formando per creare dei capi di ottima qualità.

All’inizio è stato difficile gestire il business che stava nascendo?
È stato sicuramente molto difficile, la chiave secondo me sta nel contattare e avvicinare a sé delle persone che hanno delle competenze specifiche e portino il loro apporto a livello tecnico. Ad esempio la mia fortuna è stata quella di incontrare Ludovico che è commercialista e ha fatto un dottorato in economia aziendale. Nella fase iniziale abbiamo contattato altre persone che si occupavano di grafica, chi della parte creativa, chi di moda e insieme abbiamo costituito un team che è diventato il nucleo di partenza. Questo ci ha permesso di riuscire, almeno parzialmente, a coprire i vari aspetti e scrivere una proposta da presentare poi a fondazioni e aziende. Facevamo vedere che non eravamo solo due economisti con nessun tipo di idea rispetto alla moda, il nostro team copriva i vari ambiti di cui avevamo bisogno per lanciare il progetto. Oltre al team, fondamentale è la motivazione, le difficoltà ci sono e sono enormi però bisogna trovare la forza di rialzarsi e trarre il buono da ciò che si è affrontato.

In pochi passi, come dare vita ad una startup?
Suggerirei oltre alla creazione di un team di capire bene di che forma giuridica avvalersi. Non siamo sicuramente in un contesto agevolato a livello burocratico esistono però delle realtà, anche locali, che fanno incubazione di Startup e possono dare un contributo nella realizzazione dell’impresa.

Quale credi siano i pro e i contro del fondare una startup in Italia?
I pro: oggi l'Italia è un terreno fertile, c'è tanta attenzione verso tematiche di startup giovanili e ci sono anche tante realtà che iniziano a investire in questo, si pensi al bando Gaetano Marzotto che apre opportunità per le startup o a tutte le realtà di Impact Hub che fanno accelerazione e incubazione di idee d'impresa. In più la cultura sta cambiando, mentre prima i giovani cercavano contratti a tempo indeterminato e la stabilità oggi c'è più attitudine a essere imprenditori di sé stessi, bisogna saper rischiare e a volte anche avere le condizioni per farlo.
I contro: sicuramente il sistema amministrativo e la legislazione. Ci sono tanti aspetti tecnici che sicuramente non aiutano le startup a prendere forma. In tanti paesi si può aprire un’impresa in un paio di giorni, qui c’è bisogno di un sacco di carte, notai e pratiche da portare avanti.

Consigli ai founder per fare colpo sull’investitore
Molto utile è il trucco dell'elevator pitch: riuscire a comunicare e appassionare l'interlocutore della propria idea in 30/40 secondi, spesso infatti la prima impressione è quella che conta di più. Poi riuscire ad essere molto preparati rispetto a quello che si vuole creare, avere bene idea del mercato di riferimento, di chi sono i competitor e che problemi hanno. Informarsi sul perché alcuni modelli sono di successo e altri no e da lì capire cosa si può portare di nuovo. Non dev’essere necessariamente qualcosa di completamente nuovo, può trattarsi di un processo nuovo, una peculiarità di quel prodotto che è nuova. Ci sono molte realtà che fanno cose simili a noi, la nostra novità quindi la nostra forza sta nel fare moda etica con una ricerca stilistica e un’attenzione ai brand del momento a un prezzo contenuto e in modo artigianale. Di solito la moda etica ha prezzi molto alti o un contenuto stilistico poco ricercato, genera quindi poca domanda, noi abbiamo trovato una nicchia di mercato nuova. Altri consigli: studiare tanto, studiare i costi, a che punto si è sostenibili, a che punto invece si va in perdita, chi sono i clienti finali e avere conoscenza degli strumenti a cui si può fare riferimento per la creazione e vendita del prodotto.

I capi di abbigliamento/accessori del progetto Quid sono in vendita presso i QUID Store in:
- via Mazzini 2a, Verona
- via Spinetti 1, Vallese di Oppeano, Verona
- via Roma 12, Bassano del Grappa, Vicenza
- Calle Legrenzi 23, Mestre, Verona 
- Via Bruno Buozzi 35 Cadriano, Granarolo dell’Emilia, Bologna  


A cura di Rosamaria Provenzale

13 dicembre 2017

PONTE CON LE AZIENDE, ATTIVITÀ EXTRA CATEGORIA, PERCORSO PROFESSIONALE