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Cooperative learning: quando "uno più uno uguale tre"

 

Intervista alla Dott.ssa Marialuisa Damini

La Dott.ssa Marialuisa Damini è un’insegnante di lettere, mamma di tre figli e esperta di cooperative learning. Nel 2013 ha conseguito il dottorato in Scienze Pedagogiche, dell’Educazione e della Formazione, con una ricerca sullo sviluppo di sensibilità interculturale attraverso il cooperative learning.

A livello di ricerca si occupa prevalentemente di tematiche legate all’educazione interculturale, alle competenze interculturali, alla didattica interculturale, al cooperative learning, all’accoglienza degli alunni stranieri in classe, al dialogo interreligioso.

1. Cos’è il cooperative learning? Quali sono le competenze che sviluppano i ragazzi lavorando in gruppo?
Il cooperative learning, citando Comoglio, uno dei primi che ha portato l’apprendimento cooperativo in Italia, è una modalità di lavoro in piccolo gruppo in cui i ragazzi elaborano dei contenuti di studio e ricevono delle valutazioni in base ai risultati conseguiti. Si parte dall’idea che si apprende meglio in gruppo piuttosto che da soli. Cosa apprendono i ragazzi lavorando in gruppo? Sicuramente il decentramento, il fatto che il loro punto di vista non è totale, globale, ma una parte del tutto, imparano che a collaborare si fa fatica e quindi devono elaborare delle strategie, è importante perché nella società di oggi è sempre più richiesto saper lavorare insieme. Imparano a stare nella differenza e ad accogliere altre modalità di lavoro, imparano la possibilità di risolvere i problemi con modalità diverse da quelle che avevano pensato, dovrebbero quindi sviluppare il pensiero divergente. Ovviamente il cooperative learning non ha la bacchetta magica, non è automatico che un ragazzo che usa l’apprendimento cooperativo sia divergente e in grado di accettare la diversità. Diciamo che la ricerca ci dà sicuramente dei risultati confortanti rispetto a questo, noi mettiamo dei semini ma quello che succederà diventa difficile da quantificare.

2. Perché e quanto è importante per la crescita del bambino affrontare e vivere l’ambiente scolastico?
Tenuto presente che non sono assolutamente contraria all’homeschooling, ritengo anzi che sia un’esperienza interessante perché la scuola non è l’unico ambiente in cui si può interagire con gli altri, credo che quest’ultima faccia socializzare in una maniera più strutturata. Non sono informatissima sull’educazione parentale, ho visto dei docufilm sull’argomento e ne emergeva la positività di questa esperienza, ma non è da tutti. La scuola dovrebbe essere l’ambiente dove si fa esperienza di socializzazione, di conflitto, di diversità, di valorizzazione della diversità, forse alcune di queste cose possono mancare nell’homeschooling. È vero anche che di per sé l’esperienza di socializzazione in un gruppo non è automatica, c’è scuola e scuola, gli insegnanti e le modalità fanno molta differenza: una scuola prevalentemente trasmissiva, impostata come il lavoro in fabbrica, solo lezioni e studio, non è una scuola che favorisce la socializzazione.

3. Si possono acquisire le stesse competenze comunicative interpersonali che si sviluppano a scuola anche a casa con la pratica dell’homeschooling?
Credo che si possa. Come a scuola, anche nell’homeschooling c’è un adulto che prepara un contesto di riferimento, per cui non credo che sia impossibile. In classe i compagni possono essere di altre nazionalità, altre religioni, disabili, etc, non so quanto frequentemente accada ai bambini homeschoolers di confrontarsi con le diversità. Bisogna che anche la scuola, che può sicuramente far lavorare il bambino sulla valorizzazione della diversità e quindi facilitare il suo sviluppo di competenze comunicative e interpersonali, come per l’homeschooling dove c’è un adulto di riferimento, ragioni in modo tale da fare da mediatrice rispetto a questo.

4. La scuola è sicuramente un ambiente competitivo dove i ragazzi vivono ansie e si possono sentire stressati o sotto pressione. Evitare di mandare a scuola un bambino per proteggerlo dalle difficoltà di integrazione in un gruppo classe, dove inevitabilmente si crea una struttura sociale, è corretto?
Io credo che non esistano ambienti sani e non sani in assoluto. Nella scuola possono crearsi microcontesti non sani, che non necessariamente fanno riferimento alla classe, ma non credo che un bambino che non va a scuola sia protetto dal bullismo. Di fatto anche l’homeschooling non è l’unica esperienza educativa che vive, frequenta per esempio il campetto, l’oratorio della parrocchia, gli scout o il cortile dato che è auspicabile che un bambino non abbia un unico contesto gruppale ma ne abbia più di uno. La scuola può quindi essere un ambiente non sano come possono esserlo altri ambienti, la differenza è che nel contesto scolastico si creano degli spazi di riflessione rispetto a queste tematiche, rispetto al bullismo etc. Io come mamma so che c’è il rischio del bullismo, se i miei figli stessero a casa con me non si troverebbero in questo contesto però allo stesso tempo diventa anche occasione per parlare di questa cosa, cercare di leggerla, parlarne e aiutarli a risolvere questo tipo di conflittualità. Credo che dietro qualunque scelta, quella dell’homeschooling, della scuola pubblica, della scuola privata, ci debbano essere alle spalle dei genitori che accompagnano il bambino nel cammino.

5. Tutti i genitori possono improvvisarsi insegnanti dei propri figli?
Secondo me no perché la didattica è comunque una “scienza”. Io per esempio insegno lettere, posso quindi insegnare un metodo di studio ai miei figli. A settembre aprirò proprio uno studio per lavorare con i ragazzi che hanno difficoltà di apprendimento quindi il mio lavoro non sarà dare ripetizioni ma lavorare sulla motivazione e sul metodo. È necessario che i concetti vengano insegnati da qualcuno che li conosce, credo in questa cosa, è qualcosa che va oltre il metodo. Inoltre il migliore apprendimento, dal mio punto di vista, avviene in gruppo. La socializzazione per l’apprendimento è fondamentale, non si tratta solamente di imparare le tabelline (ciascun genitore può insegnare le tabelline al proprio figlio!) si tratta per esempio di giocare con le tabelline, di costruire dei confronti, delle interazioni partendo dall’oggetto dell’apprendimento. Altrimenti a mio parere ritorniamo all’idea che l’apprendimento non sia sviluppo ma acquisizione, invece l’apprendimento si costruisce e si costruisce insieme, questa è l’idea base.

6. Qual è il tuo motto di incoraggiamento?
“Uno più uno uguale tre”, è una frase con cui un bambino in prima elementare ha definito la modalità di lavoro con l’apprendimento cooperativo. La classe aveva lavorato con la tecnica dell’ “intervista a coppie” e questo bambino ha definito l’attività svolta “uno più uno uguale tre”, ovvero avevano messo insieme quello che aveva fatto uno e quello che aveva fatto l’altro e la somma aveva dato come risultato qualcosa in più rispetto ai singoli lavori, il tutto era diverso dalla somma delle parti. Questo è proprio lo spirito del cooperative learning, il di più viene dalla relazione con gli altri. È importante dirlo, non si improvvisa, bisogna seguire dei corsi di formazione, informarsi. L’apprendimento cooperativo è creare una visione delle cose che va oltre la somma delle parti e questo non è proprio poco.

A cura di Rosamaria Provenzale

5 gennaio 2018

SCUOLA SECONDARIA DI PRIMO GRADO, SCUOLA SECONDARIA DI SECONDO GRADO